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Reggio Emilia, Conferenza Nazionale dell’Agricoltura - Festa Nazionale dell’Unità

Pubblicato il giorno

Innanzitutto, desidero rivolgere all’On. Camilla Laureti, agli Eurodeputati Bonaccini e Nardella, ai parlamentari Vaccari e Forattini, l’assessore all’agricoltura della Regione Emilia Romagna il mio personale ringraziamento e quello del Collegio che rappresento, per l’invito e per l’opportunità che mi viene offerta di portare, a nome dei Periti Agrari e dei Periti Agrari Laureati italiani, alcune riflessioni sulla nuova Politica Agricola Comune 2028-2034.

Saluto con particolare stima il Presidente del Collegio di Reggio Emilia, Parma, il collega Marco Cagossi, i presidenti di Coldiretti, CIA, ConfAgricoltura, COPAGRI, della Lega Coop, di ConfCooperative, i rappresentanti organizzazioni della pesca, la presidente di Slow Food, e di tutte le organizzazioni del Biologico qui presenti e tutte le associazioni ambientaliste.

La categoria che ho l’onore di rappresentare può contare, nel nostro Paese, su oltre mezzo milione di diplomati e laureati in discipline agrarie: donne e uomini che, nelle imprese, nelle professioni, nelle amministrazioni, nella ricerca e nella formazione, rappresentano una parte importante dell’ossatura dei processi di innovazione dell’agricoltura, dell’agroalimentare e della gestione dell’ambiente italiano. Gli iscritti all’albo superano i 12.500 

Permettetemi ora alcune considerazioni un po’ in libertà e, se volete, anche qualche provocazione, perché credo che occasioni come questa debbano servire non soltanto per descrivere quello che accade, ma soprattutto devono essere un’occasione per interrogarsi su ciò che possiamo e dobbiamo fare.

La nuova PAC sta entrando nella sua fase decisiva. Il quadro delle risorse, le scelte strategiche generali e l’impostazione complessiva stanno progressivamente trovando una propria definizione, pur permanendo gli spazi di confronto istituzionale tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo e come affermato dagli Onorevoli Bonaccini e Nardella richiedere un supplemento d’impegno affinché non si torni al taglio consistente delle risorse superiore al 20 %. L’Italia deve ritrovare, su questa battaglia, la propria unità.

Tra pochi mesi, di fronte a un quadro giuridico della PAC maggiormente definito, anche l’Italia sarà chiamata a tradurre quegli indirizzi in scelte, programmi e strumenti nazionali e regionali. Sarà chiamata alla stesura dei Piani di Partenariato Nazionale  e Regionali (PPNR)

Ed è qui che affiorano le prime evidenti criticità.

L’Italia continua infatti a presentare profonde differenze nella capacità istituzionale e amministrativa nella gestione istituzionale dei propri territori.

Il Titolo V della Costituzione ha disegnato un sistema nel quale le Regioni hanno assunto competenze fondamentali, esclusive per l’agricoltura, ma non possiamo ignorare che la capacità di programmazione, gestione e spesa resta profondamente differenziata, con ampie aree del sud che vivono un preoccupante ritardo

Questa distanza fra nord e sud è particolarmente grave perché proprio i territori che avrebbero bisogno di interventi più rapidi, efficaci e straordinari rischiano troppo spesso di essere quelli nei quali le risorse arrivano in ritardo e le politiche di crescita e sviluppo arrancano.

L’Italia ha già pagato, nei precedenti cicli di programmazione, un prezzo altissimo per ritardi amministrativi, complessità procedurali, costi della burocrazia e mancata strutturazione di una qualificata consulenza

Le risorse destinate a facilitare i processi di sviluppo devono invece essere erogate in tempi certi e a tutte le realtà regionali.

Non possiamo continuare a rincorrere gli investimenti alla fine dei periodi di programmazione, trovandoci frequentemente in una condizione distorsiva della competizione con altri paesi.

Per questo considero indispensabile costituire una vera Cabina di Regia nazionale, capace anche di favorire forme di cooperazione tra Regioni: mettendo in relazione quelle più strutturate, organizzate ed efficienti con quelle nelle quali persistono ritardi amministrativi e difficoltà operative.

Una solidarietà istituzionale che non sia sostitutiva delle responsabilità territoriali, ma che aiuti l’intero Paese a procedere alla stessa velocità.

Ma gli aspetti organizzativi e gestionali rappresentano soltanto una parte del problema.

La domanda fondamentale è anche un’altra:

dove e come vogliamo orientare le risorse della nuova PAC affinché diventino davvero un volano diffuso di sviluppo?

Anche da questo punto di vista emergono tutti i chiaroscuri della nostra agricoltura.

L’Italia conta oltre un milione di aziende agricole censite.

I fascicoli aziendali attivi sono però molti meno, poco più di 700.000 e negli ultimi anni si registra una progressiva concentrazione delle attività produttive.

Ancora più ristretto è il numero delle imprese in grado di raggiungere dimensioni economiche e organizzative realmente competitive. Si stima siano poco meno di 200.000. Anche fra queste affiorano negli ultimi tempi indicatori non sempre positivi.

Abbiamo poi un altro enorme problema: la digitalizzazione.

Una quota ancora troppo limitata delle imprese agricole utilizza strumenti digitali per la gestione aziendale, con differenze molto profonde tra Nord, Centro e Sud. Solo poco più del 15% delle imprese agricole utilizza strumenti informatici per la gestione aziendale.

Ed eccoci a una delle questioni forse più gravi: l’invecchiamento dell’agricoltura italiana, ovvero il fenomeno del degiovanimento. Non tralasciamo nelle nostre valutazioni quel drammatico esodo dei nostri giovani all’estero, che non tornano più in Italia. Negli ultimi dieci anni superano abbondantemente i 700.000.

L’Italia è un Paese che invecchia e che si spopola e il settore agricolo manifesta questo fenomeno in maniera ancora più marcata.

In agricoltura la presenza dei giovani rimane insufficiente, meno del 9 % ha meno di 40 anni, mentre una parte molto significativa dei titolari delle aziende agricole ha ormai superato i 65 anni. Più del 42 %.

Questo significa che già oggi siamo chiamati senza indugio ad  affrontare il problema del ricambio generazionale.

Al contempo dovremo occuparci di trasmissione delle imprese, delle competenze e dei territori.

E allora la nuova PAC dovrà decidere se limitarsi a finanziare l’insediamento dei giovani o se accompagnare davvero un processo strutturale di ricambio generazionale.

Poi ci sono i cambiamenti climatici.

Non sono più una previsione.

Sono una realtà che sta determinando un autentico cambiamento paradigmatico delle tecniche agronomiche, delle coltivazioni e della gestione degli allevamenti, della gestione delle emergenze climatiche.

Gli eventi estremi colpiscono sempre più frequentemente le nostre agricolture.

Qui, in Emilia-Romagna, purtroppo lo sappiamo bene.

Le alluvioni, soprattutto quella del 2023, hanno prodotto vittime, devastazione e danni economici enormi. 17 morti e danni superiori a 10 miliardi.

Occorre pensare quindi una politica nazionale delle gestione delle acque che definirei, utilizzando volutamente un termine antico, “benedettina”: paziente, programmata, sistematica, ma irrinviabile. Auspico che il DdL alla Camera sia approvato in tempi brevi. Un bel  lavoro del CNEL.

2Modifica al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 in materia di Consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue”. Una proposta CNEL fatta propria dal Parlamento.

Servono invasi, manutenzione del territorio, cura della rete irrigua e idraulica, infrastrutture capaci di trattenere l’acqua quando è disponibile e renderla utilizzabile quando manca.

Perché l’acqua non può essere considerata un problema soltanto quando è troppa o quando è troppo poca.

Deve essere considerata una risorsa strategica nazionale.

Altrettanto preoccupante è lo spopolamento delle aree interne, che rappresentano il 60 % del territorio.

I dati mostrano una riduzione della popolazione significativamente superiore rispetto a quella delle aree urbane. 5 % negli ultimi dieci anni, ed il fenomeno continua, contro una diminuzione del 1,5 della aree urbane. Senza correttivi immediati e scelte politiche ambiziose, gli effetti sulla tenuta del sistema scolastico saranno dirompenti, portando a rischio di chiusura i presidi scolastici nelle aree a maggior degiovanimento. Per il solo ciclo della primaria, il rischio è concreto per circa 3.000 comuni italiani, il 38% del totale. (Prof. Rosina A.)

Quando un territorio perde popolazione non perde soltanto abitanti.

Perde scuole, servizi, imprese, presidi sanitari, attività commerciali, manutenzione del territorio.

E quando dalle aree interne scompare l’agricoltura, molto spesso scompare anche il principale presidio contro l’abbandono e il dissesto idrogeologico.

Vi sono poi le crisi dei mercati internazionali, l’instabilità geopolitica, la volatilità dei prezzi, l’aumento dei costi energetici, dei fertilizzanti e dei mezzi tecnici.

Tutto questo rende sempre più difficile costruire bilanci sostenibili per le nostre imprese agricole, alle quali contemporaneamente chiediamo nuovi adempimenti, nuove certificazioni, nuovi controlli e nuove procedure. Una crescente burocrazia.

Anche per questo dobbiamo avere il coraggio di affrontare un altro tema: il credito agrario che va profondamente ripensato e rifondato.

Le imprese devono poter finanziare investimenti che producono risultati nell’arco di anni, non di mesi. Una sfida che le proietti in quel futuro che è già qui.

L’agricoltura ha tempi biologici, produttivi e finanziari propri e il sistema del credito deve tornare a comprenderli.

E poi c’è un tema che ci riguarda particolarmente da vicino: la formazione.

Gli Istituti Tecnici Agrari e le facoltà di Agraria stanno vivendo una situazione di crescente difficoltà.

Il calo demografico certamente incide.

Ma dobbiamo anche chiederci se il nostro sistema di orientamento scolastico abbia saputo raccontare alle famiglie e ai giovani che oggi lavorare nell’agricoltura significa occuparsi di tecnologia, ambiente, intelligenza artificiale, gestione delle acque, energia, genetica, sicurezza alimentare, economia e sostenibilità.

Per questo ritengo che nella futura politica agricola debba essere riconosciuto con maggiore forza il ruolo delle scuole agrarie, degli ITS Academy e delle Università agrarie.

Questi luoghi devono tornare ad essere veri centri territoriali di educazione, formazione, innovazione, sperimentazione e trasferimento tecnologico. La formazione Professionale, le Scuole Tecniche Agrarie, gli ITS Academy, e le Università Agrarie devono assurgere a carattere di priorità nelle agende politiche europee e nazionali.

Le risorse necessarie, se confrontate con l'entità complessiva delle politiche agricole, sarebbero modeste.

I risultati potrebbero invece essere straordinari.

Perché il primo investimento che dobbiamo fare è un investimento nelle persone.

Nelle donne e negli uomini che lavorano nel settore.

Nei giovani che dobbiamo convincere a restare o a tornare nei territori.

Nei tecnici e professionisti.

Negli imprenditori.

Nella capacità di utilizzare l’innovazione.

Fra i chiaroscuri della nostra agricoltura vi è poi un’altra parola sulla quale credo sia necessario tornare a investire: cooperazione.

E lo affermo proprio qui, in Emilia, in una terra nella quale la cooperazione agricola ha scritto alcune delle pagine più importanti della nostra storia, ma che oggi conosce anche situazioni di difficoltà che devono farci riflettere.

Cooperare non significa semplicemente mettere insieme quantità.

Significa condividere strutture, competenze, investimenti, trasformazione, commercializzazione, innovazione e capacità contrattuale. Significa promuovere cultura sociale.

Per un'agricoltura italiana caratterizzata ancora da una fortissima frammentazione aziendale, la cooperazione può tornare a essere uno degli strumenti fondamentali per affrontare il mercato.

Ed infine vi è un tema al quale tengo particolarmente.

L’azione informativa e di servizio svolta dalle Organizzazioni Professionali è fondamentale, ma credo debba essere integrata sempre più con un vero sistema strutturato di consulenza aziendale.

Il sistema AKIS – Agricultural Knowledge and Innovation System deve diventare qualcosa di concreto.

Non un acronimo.

Una rete nella quale Università, scuole, ricerca, professionisti, organizzazioni agricole, imprese e pubbliche amministrazioni dialoghino stabilmente.

Perché l’innovazione non è tale finché resta chiusa in un laboratorio o in una pubblicazione scientifica, ovvero diventa patrimonio di pochi.

In Italia la consulenza agraria da decenni è uno dei fattori di riconosciuta criticità rilevata anche nelle sedi europee.

Diventa innovazione quando arriva in un'azienda agricola e riesce a produrre più reddito, minori costi, maggiore sostenibilità e migliore qualità della vita.

In questo sistema credo che le professioni tecniche agricole, i periti agrari e periti agrari laureati, possano e debbano svolgere una funzione fondamentale di collegamento e accompagnamento non solo innovativo. Ma vanno riconosciuti come partener della PAC.

Dobbiamo inoltre tornare a riconoscere il valore sociale dell’agricoltura.

Un agricoltore non produce soltanto derrate alimentari.

Mantiene un territorio.

Gestisce acqua e suolo.

Presidia aree fragili.

Conserva paesaggi e architetture naturali.

Tutela biodiversità.

Mantiene vive comunità.

E questi servizi devono finalmente trovare una adeguata valorizzazione economica.

Concludo con un'ultima considerazione.

Credo che questo sia il tempo nel quale, senza strumentalità e senza infingimenti, dobbiamo provare a guardare avanti tutti nella stessa direzione.

Il mondo agricolo italiano è ricco di imprese, organizzazioni, istituzioni, professioni, università, enti di ricerca, cooperative e associazioni.

Forse, però, ciò che ancora manca è un luogo permanente nel quale queste diverse esperienze possano confrontarsi, elaborare proposte e costruire una visione condivisa.

Per questo lancio una proposta.

Una Conferenza Agraria Permanente italiana.

Un luogo di confronto stabile che metta insieme istituzioni, mondo produttivo, professioni, ricerca, scuola e Università.

Una sede capace non soltanto di reagire alle emergenze, ma di costruire una strategia agricola italiana di medio e lungo periodo.

Perché le politiche agricole cambiano ogni sette anni.

L’agricoltura italiana, invece, dobbiamo immaginarla calata in un processo innovativo permanente, proiettata nel futuro.

Forse, guardando anche alla nostra storia e alle nostre grandi istituzioni culturali – penso all’Accademia dei Georgofili, all’Accademia Nazionale di Agricoltura di Bologna e alle tante realtà che nei secoli hanno contribuito allo sviluppo delle scienze agrarie – qualche buon esempio da recuperare lo abbiamo già.

La nuova PAC sarà importante.

Ma nessuna PAC, da sola, potrà risolvere i problemi dell’agricoltura italiana.

Le risorse sono uno strumento.

La vera sfida sarà la nostra capacità di trasformarle in conoscenza, infrastrutture, imprese, giovani, innovazione e futuro, senza lasciare indietro nessuno: territori, imprese e persone.

Perché difendere l’agricoltura italiana significa difendere contemporaneamente il nostro cibo, il nostro paesaggio, il nostro ambiente, le nostre comunità e una parte fondamentale dell’identità del Paese.

I Periti Agrari e Periti Agrari Laureati alle domande poste dalla nuova PAC possono dare un risposte indispensabili e insostituibili per non ripetere gli errori del passato e rafforzare i risultati ottenuti..