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SEMINARIO WEBINAR CAPsizing di Kyoto Club – “ INNOVAZIONE TECNOLOGICA APPLICATA ALLA CATENA DI VALORE AGGIUNTO DELL’AGROALIMENTARE NEL CONTESTO DELLA PAC”

Quando Giacomo Pellini dell’ufficio stampa e comunicazione di Kyoto Club, incontrato all’istituto Tecnico agrario Garibaldi, mi chiese di partecipare ad una delle conferenze programmate ho accettato senza condizioni.

Io credo che oggi più che mai ciascuno di noi è chiamato a portare nelle piazze della nuova comunicazione il loro sapere e la loro esperienza.

Nessun processo positivo o negativo nasce per caso o per incidente. Tutti i processi sono alimentati dal sentire dell’uomo, dall’aspirazione che ciascuno alimenta in sé, dalla ricerca del nuovo, dallo sguardo sempre rivolto a riscatto che per molti diventa sfida di affermazione e crescita.

Le istituzioni, tutte le istituzioni e a qualsiasi livello hanno sempre cercato, non senza qualche fatica, di accompagnare processi di cambiamento, di innovazione.

E lo hanno fatto soprattutto in questi ultimi decenni, perché sospinti da una corrente travolgente.

Se nella storia dell’uomo le invenzioni, le innovazioni promuovevano processi lenti, quasi stagionali (le stagioni della storia) di cambiamento della vita, dopo l’ottocento con l’affermarsi dell’era industriale abbiamo imparato che beni e strumenti prodotti su larga scala soddisfacevano una migliore qualità del vivere.

Ma l’innovazione, ancor oggi in molti casi orientata al soddisfacimento dei bisogni di molti, si trova in questo periodo per la caratteristica della particolare sofisticazione a interrogarsi sull’etica dell’innovazione. A chiedersi cioè se gli strumenti non possano prevalere, ovvero modificare l’essenza del vivere, l’alterazione dei sentimenti, il degrado della vita sociale.

Domande che visto il tema affidatomi sembrano apparire improprie, ovvero anche inutili, soprattutto se calate in quel contesto che ancora mantiene una solida relazione con la terra e i suoi frutti.

E qui affondo il mio pensiero nella traccia affidatami “dell’innovazione tecnologica applicata alla catena di valore aggiunto dell’agroalimentare nel contesto della PAC”, partendo dalle premesse appena enunciate.

Se vi è una parola a cui l’Europa e le sue politiche agricole si affida è proprio “innovazione”.

Innovazione che dovrebbe promuovere e sostenere la crescita, antidoto alla lunga crisi economico produttiva che ha coinvolto in modo diverso molti paesi occidentali.

Ma già nel documento “Europa 2020”, siamo quasi al tramonto, il superamento della crisi era stato accoppiato al principio di crescita “intelligente”, posata sulla competitività generata dalla conoscenza; rispettosa dell’ambiente quindi “sostenibile”, e “inclusiva per non lasciare fuori dalla porta della società nuove masse di disoccupati o sottooccupati.

Credo emerga con chiarezza, allora, che la sfida innovativa debba innanzitutto recuperare il senso dell’innovare e l’orizzonte dell’innovazione.

Un senso che emerge da tutti i documenti, programmi europei, alcune volte con enfasi, ma che per le troppe e diffuse carenze storiche, strutturali dell’economica e della società si ripiegano su sé stesse.

Ogni cittadino può agevolmente leggere la debolezza strutturale di un Paese osservando le dinamiche regolatrici e qualche volta attuative del “Pubblico” e applicative del “Privato”.

Una dicotomia, quella fra pubblico e privato che solleva domande consuete.

Quali sono i soggetti in Italia che promuovono, sostengono e attuano processi di ricerca innovativi?

 Lo Stato ha propri enti di ricerca, le Regioni hanno e gestiscono centri di ricerca, le Università dovrebbero fare ricerca. Nel privato alcune industrie sviluppano progetti avanzati di ricerca, ma tutti questi soggetti sono fra loro scollegati. E lo sono ancor di più quando il risultato delle loro ricerche rimangono archiviati o circoscritti a limitati ambiti sociali. Molte ricerche non sono nemmeno realizzate e offerte al pubblico perché i canali della produzione non le conoscono, non riescono a valutarne il valore, non ne vedono un risultato di guadagno veloce.

Dobbiamo allora fare una prima considerazione, se la ricerca, madre dell’innovazione, In Italia È Finanziata con poco più dell’1% del Pil, e nei paesi più sviluppati d’Europa viaggia nei dintorni del 3%, occorre chiedersi se stiamo andando nella giusta direzione.

Se la ricerca italiana soprattutto quella orientata allo sviluppo dell’agricoltura è demandata a più soggetti scollegati fra loro e gestiti da organi dello stato diversi e disarticolati, scollegati anche dalla ricerca privata come si può valorizzare ciò che produce?

La mancanza di rete, anzi qualche volta una competizione su progetti ripetitiva e riservata, determina una minore ottimizzazione delle risorse.

Cosa fare. Come innestare nella nuova agenda PAC  2021 2027 processi virtuosi di politiche innovative?

Innanzitutto credo che la nuova PAC dovrebbe calarsi nel contesto de i processi del comparto agricolo, agroalimentare e ambientale, rafforzando i principi ispiratori dell’agenda 2014 - 2010, ma ampliando la propria azione di finanziamenti a quei “segmenti, che ne rappresentano il volano di innovazione. Soprattutto ricambio generazionale sia delle imprese agricole, che delle professioni intellettuali, promuovendo uno stretto raccordo fra Istituti Tecnici Agrari, Istituti Tecnici Superiori, i soggetti della ricerca. Riconoscere cioè agli Istituti Tecnici Agrari il ruolo e la funzione di riferimenti della sperimentazione applicata in agricoltura e nell’agroalimentare.

Se si promuovesse inoltre il rafforzamento di una stretta relazione fra scuola agraria, imprese agrarie e professioni intellettuali, la scuola diverrebbe il luogo dell’incontro fra domanda e offerta d’innovazione.

Credo che ogni interlocutore, che mi sta ascoltando, conosca come gli scenari di applicazione dell’innovazione di un’agricoltura innovativa e sostenibile siano in costante evoluzione.

L’applicazione della meccatronica alle coltivazioni e agli allevamenti sta rivoluzionando il mondo stesso d’essere agricoltura.

I droni con tutte le applicazioni loro applicabili ci permettono di elevare i nostri occhi su vaste superfici, su superfici impervie e su ogni particolare che su quella superficie insiste.

I Computer con programmi evoluti di elaborazione di razioni, programmi gestionali delle coltivazioni, dell’amministrazione, delle relazioni anche internazionali, ci costringono ad essere europei. Ma ritorno all’inizio per esserlo dobbiamo credere che l’educazione all’innovazione non possa prescindere dal conoscere le nostre profonde radici storico culturali, la nostra appartenenza all’innovazione di una storia che gli uomini hanno reso civiltà dell’uomo.

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