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IL DOPO COVID

Datemi una lampada e le mani di Aladino e vi dischiuderò le soluzioni del dopo-coronavirus.

Non è solo una battuta d’umorismo, certamente inutile in questo tempo, ma è il riflesso dello spettacolo a cui assistiamo quotidianamente.

Siamo tutti consapevoli che il modello di sviluppo a cui ci eravamo abituati, anche dentro crisi economiche gravi, è stato messo in discussione.

Siamo tutti consapevoli che la ripresa potrà esserci, ci sarà, perché il nostro popolo sa reagire alle condizioni anche le più gravi.

Ma siamo altrettanto consci che le nostre strutture sociali ed economico produttive erano permeate di contraddizioni profonde che le rendevano fragili.

Ed allora la prima considerazione che possiamo fare è che le ricette di improvvisati medici non ci guariranno dalla “grave malattia” di civiltà, provocata dalla pandemia.

Tutta la politica, dovrà, almeno una volta nella storia, dimostrare il proprio spessore, la propria qualità, non rinunciando alle proprie convinzioni, ma offrendo le proprie determinazioni e il proprio servizio.

Forse oggi più che mai la politica deve dimostrare di sentirsi soggetto “costituente” chiamato a rigenerare un nuovo Paese.

Ma la “politica” è scelta e le scelte determinano il cammino dei popoli e delle società. Sbagliando strada si porta la società verso direzioni opposte alla fiducia e alla speranza. Sbagliando strada si corre il rischio favorire l’acuirsi di profonde e insanabili faglie.

Ed è la scelta che determina anche la credibilità del decisore.

Noi  Periti Agrari e Periti Agrari Laureati continuiamo ostinatamente a credere che la priorità delle priorità debba essere la riforma della scuola. Una riforma che riporti la scuola nella società e la società nella scuola. Un legame intimo ed indissolubile che nel tempo abbiamo purtroppo eradicato.

Una riforma della scuola che con qualche punta di responsabilità in più, conoscendo il valore che l’agroalimentare, ha nel processo di ripartenza del Paese, dovrebbe coinvolgere gli istituti agrari, ovvero le istituzioni storiche scolastiche agrarie.

Nel contempo tutti i soggetti dell’agricoltura dovrebbero interrogarsi su un loro maggior coinvolgimento, anche diretto, nell’innesto delle agricolture innovative negli Istituti tecnici.

Ma vi è un’altra priorità assoluta che può aiutare l’Italia a ritrovarsi. Una priorità che in termini terminologici compare in ogni discorso pubblico privato ch’esso sia: “La sburocratizzazione”.

Una parola ormai consunta, perché naufragante sempre nei meandri della paura dell’illegalità e delle irregolarità. Uno Stato che non rede nella propria efficienza ed è succube delle proprie autoreferenzialità, non uscirà mai dalle secche dell’inefficienza del burocratese.

La burocrazia va inoltre a braccetto con il consolidamento delle mura di difesa della burocrazia per la burocrazia. Della burocrazia figlia e madre di se stessa. A poco servono i richiami della vituperata Unione Europea al principio della sussidiarietà. A poco servono le esperienze degli altri Paesi più sviluppati, in quanto degli altri richiamiamo sempre quei punti che ci interessano e legittimano i nostri errori. E quella sussidiarietà che potrebbe essere agevolmente applicata con semplici protocolli o convenzioni con l’AGEA, L’ISMEA, il MIPAAF, gli Assessorati all’Agricoltura e agli alimenti delle Regioni, si arena nei labirinti delle eccezioni strumentali giuridiche. Periti Agrari e  Periti Agrari Laureati, Dottori Agronomi e Dottori Forestali potrebbero agevolmente favorire una semplificazione burocratica senza precedenti garantendo Stato e imprese nella correttezza e coerenza degli investimenti sostenuti e finanziati.

Il risultato resta comunque evidente e se alcuni enti possono almeno presentare un conto positivo delle proprie operatività, altri purtroppo presentano i consueti lamenti di colpe da imputare ad altri.

Nel frattempo non solo l’Italia fatica a ripartire, ma non riesce nemmeno a garantire quella continuità evolutiva di consolidamento del modello produttivo del nostri Made in Italy dell’agroalimentare. Non riusciamo, cioè, nemmeno ad investire le risorse a noi destinate dall’Unione Europea.

Quale proposta si può avanzare per rimuovere questi gravosi ostacoli. Forse una sola: il MIPAAF e le regioni aprano le porte a chi quelle porte le vuol varcare solo per apportare a chi vi abita il proprio contributi di qualità e esperienza.

Vogliamo ripartire??? Chiediamo ai capo carovana di chiamare tutti gli abili a sospingerla verso l’orizzonte che ci attende.

 

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